Morfologia della lingua giapponese

Morfologia giapponese: panoramica generale

Nell’articolo precedente abbiamo fatto una prima panoramica sulle particolarità della lingua giapponese, come il suo sistema di scrittura e le peculiarità fonetiche. Andiamo a vedere ora come si comporta il giapponese dal punto di vista morfologico. In linguistica, con il termine morfologia ci si riferisce a quella branca scientifica che studia la formazione delle parole. Lo studio della formazione delle parole ci aiuta a capire i processi di composizione/scomposizione delle varie parti del discorso nelle sue unità semantiche (cioè dotate di un significato) e funzionali (come suffissi avverbiali, parti flessive, ecc., ovvero tutte quelle parti che non hanno un significato proprio, ma che svolgono semplicemente la funzione di modificatori logici a seconda della posizione delle parole nella frase). Con una simile analisi la morfologia, dunque, ci aiuta a capire meglio come le parole si formano e come interagiscono tra loro e – se necessario – come si modificano all’interno del discorso. Non solo, scomponendo le parole in unità minime possiamo anche risalire alla loro origine, arrivando a comprendere una lingua e la cultura del popolo che la adotta  in maniera più ampia. E da dove nasce la lingua giapponese? Tutt’oggi gli studiosi non concordano all’unanimità, in quanto l’origine della lingua giapponese sembra ancora avvolta in un parziale alone di mistero; tuttavia, l’analisi morfologica ci aiuta ad individuare alcune relazioni genetiche con lingue affini e, forse, con le sue origini ancestrali.

Premesse filologiche

La filologia (lo studio della corretta interpretazione dei testi di un idioma) della lingua giapponese è da sempre stata oggetto di molti studi di linguistica, poiché di difficile collocazione tra i vari ceppi linguistici finora studiati. Per anni, la teoria più comunemente accettata era quella che sosteneva che il giapponese fosse da annoverare tra le lingue altaiche, insieme al coreano, al mongolo e al turco, per tutta una serie di caratteristiche sintattiche che la accomunava con queste.

Per quanto sia indubbia una certa somiglianza con la lingua coreana, per diverse caratteristiche comuni che le due lingue condividono, se analizziamo il giapponese da un punto di vista più puramente morfologico, possiamo notare come la lingua giapponese abbia subito influenze non solo dal coreano (tramite gli scambi con il continente e il Kyūshū meridionale), ma anche dalle lingue maleo-polinesiane, che già in epoca preistorica ne influenzarono la morfologia.

Studi più recenti identificano sembrano confermare, almeno in parte, tale continuità genetica includendo la lingua giapponese in un ceppo isolato, quello delle lingue nipponiche, che oltre al giapponese comprende alcune lingue minori parlate nell’arcipelago delle Ryūkyū e in altre isole del Pacifico.

Parte delle difficoltà riscontrate nella identificazione del giapponese nel grande albero genealogico delle lingue è dovuta alla totale assenza di una forma scritta propria – e quindi di fonti preziose ai fini dello studio di un idioma nella sua dimensione diacronica – fino ai primi anni del VIII sec. d.C.

Come si costruiscono le parole in giapponese? Cenni di morfologia della lingua

Analizzando il giapponese da un punto di vista strutturale – in termini saussuriani – possiamo definirlo una lingua agglutinante, cioè come una lingua in cui le parole si compongono prevalentemente tramite agglutinazione. L’agglutinazione è un processo in cui le parole sono il risultato dell’unione di due o più morfemi separabili tra loro. Cerchiamo di capire meglio questo fenomeno e come si comporta.

In linguistica si definiscono morfemi i segni minimi del linguaggio. Con segno minimo si intende la più piccola unità linguistica dotata di significato. I morfemi possono essere suddivisi in due categorie principali:

  • morfemi lessicali (le parole stesse del linguaggio)
  • morfemi grammaticali (gli elementi funzionali delle parole).

Per esempio, in lingua italiana possiamo spesso scomporre le parole seguendo tale distinzione come nell’elenco qui sotto. Il morfema lessicale è evidenziato in grassetto, mentre quelli grammaticali sono indicati in corsivo.
a) soci-o
b) soci-età
c) soci-al-e
d) soci-al-ità
e) soci-al-izz-are
f) soci-al-izz-ò
g) soci-al-izz-azion-e
h) as-soci-azion-e

Negli esempi a) – h) il morfema lessicale è rappresentato dalla radice soci-, che identifica la parola come appartenente alla sfera semantica del “sociale”.

I morfemi in corsivo, invece, servono a operare delle distinzioni funzionali, come la distinzione di genere, numero, parte del discorzo, tempo, ecc.

In una lingua agglutinante, le parole – nelle loro componenti lessicali e grammaticali – vengono
formate “incollando” i morfemi tra loro.
In genere, in una lingua puramente agglutinante come quella giapponese, ogni morfema tende a veicolare un solo significato.

La lingua italiana, invece, ha un “sistema ibrido” e alcuni morfemi possono trasmettere più significati contemporaneamente, come in a), e) e f). Infatti, nel primo caso, -o
indica sia il genere che il numero della parola, in e) –are indica sia la prima coniugazione che il tempo infinito; in f) –ò identifica sia una terza persona singolare che il tempo passato remoto.

Nella lingua giapponese tale fenomeno non si verifica quasi mai. Questo è dovuto anche al fatto che, come avremo modo di vedere, in giapponese non esiste una distinzione morfologica di genere e numero, che vengono pertanto espressi tramite un’ampia gamma di scelte lessicali, locuzioni, prefissazioni, o suffissazioni.

Vediamo un esempio pratico di come funziona il processo di formazione della parola taberu = mangiare:

1. 食べ-る taberu
2. 食べ-ま-す tabema-su
3. 食べ-ま-した tabema-shita
4. 食べ-ま-せん tabema-sen
5. 食べ-ま-せん-でした tabema-sen-de-shita
6. 食べ-ない tabenai
7. 食べ-な-かった tabena-katta
8. 食べ-物 tabemono

Dalla radice “tabe”, la quale fa riferimento alla sfera semantica del cibo e dell’attività manducatoria, possiamo applicare diversi morfemi grammaticali esclusivi:

1. -ru: desinenza verbale della forma piana (forma indefinita del verbo, o “infinito”);
2. -ma-su: desinenza della forma “gentile” (-ma), presente affermativo (-su);
3. -ma-shita: forma “gentile” (-ma), passato (-shita);
4. -ma-sen: forma “gentile” (-ma), negativo (-sen);
5. -ma-sen-deshita: forma “gentile” (-ma), negativa (-sen), passata (-deshita);
6. -nai: negativa (della forma piana);
7. -na-katta: negativa in forma piana (-na), passata (-katta);
8. tabe-mono: “cibo”. Letteralmente, è l’unione dei morfemi lessicali di “mangiare” (tabe-) e
“cosa”, “oggetto” (-mono). tabemono = “cosa che si mangia”.

Nelle prossime lezioni avremo modo di capire in maniera più approfondita il funzionamento del processo di agglutinazione altri fenomeni coinvolti nel processo di formazione delle parole.

Ora che abbiamo visto un quadro generale sulla formazione delle parole in lingua giapponese, nel prossimo articolo parleremo dell’ordine delle parole all’interno di una frase (sintassi) e dei principali modelli possibili in lingua giapponese. Alla prossima!

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